Perché La Mitologia Culturale Di Oasis Ha Tradito La Vera Storia Della Musica Britannica

Perché La Mitologia Culturale Di Oasis Ha Tradito La Vera Storia Della Musica Britannica

Ciò che tutti ricordano della fine del britpop è una guerra di classe da tabloid tra due fratelli di Manchester, come se il destino di un'intera nazione musicale dipendesse da chi vendeva più copie di un album nel 1995. La narrativa ufficiale vuole che i Gallagher fossero l'incarnazione di una classe operaia ribelle e senza filtri, l'ultima vera incarnazione del rock and roll prima che il millennio cinico azzerasse tutto. La realtà dei fatti è molto più fredda, calcolata e profondamente borghese nei suoi meccanismi di distribuzione e marketing. Quando la band Oasis esplose sulla scena internazionale, non stava semplicemente pubblicando dischi di successo, ma stava mettendo in atto una raffinata operazione di recupero nostalgico finanziata da una major discografica che sapeva esattamente quale tipo di rabbia preconfezionata il pubblico stesse cercando di comprare.

La fabbrica del mito di Oasis

Il meccanismo dietro la costruzione di quel suono mastodontico non ha nulla a che vedere con l'ispirazione divina o con la pura urgenza espressiva della strada. Noel Gallagher passava le sue giornate a saccheggiare cataloghi degli anni Sessanta, riarrangiando accordi dei Beatles, dei T. Rex e degli Smiths con la precisione fredda di un ingegnere del suono che lavora in catena di montaggio. C'era un calcolo commerciale spietato sotto quella facciata di sbronze e risse da pub. Creation Records non stava scommettendo su dei derelitti fortunati, ma stava gestendo un asset finanziario altamente speculativo in un momento in cui l'industria discografica britannica aveva disperatamente bisogno di una bandiera nazionalista da sventolare contro l'invasione del grunge americano.

La stampa musicale dell'epoca, guidata da testate come NME e Melody Maker, recitava una parte ben precisa in questa commedia economica. I giornalisti sapevano perfettamente che la contrapposizione nord contro sud o la faida con i Blur generava copie vendute, pubblicità e inserzioni. Nessuno metteva in discussione la qualità effettiva dei testi, ridotti spesso a collage di luoghi comuni generazionali tenuti insieme da un ritornello orecchiabile e da un'esecuzione vocale urlata. L'efficacia di quel modello risiedeva interamente nella sua capacità di anestetizzare il dissenso giovanile, trasformando la rabbia sociale della Gran Bretagna post-thatcheriana in una festa di compleanno per tifosi di calcio ubriachi.

Il cortocircuito culturale della nostalgia

Oggi assistiamo al rigurgito di quella stessa retorica ogni volta che si parla di reunion, stadi esauriti in pochi minuti e biglietti rivenduti a prezzi folli sul mercato secondario. Il pubblico si beve la storiella del ritorno dei cattivi ragazzi perché la nostalgia è un anestetico potentissimo contro la mediocrità del presente. Ma c'è un costo sociale invisibile in questo continuo ripiegarsi sul passato. Quando una cultura pop si nutre esclusivamente delle proprie ceneri, smette di produrre linguaggio e si limita a masticare il cibo predigerito trent'anni prima. La fascinazione per i fratelli terribili di Manchester nasconde l'incapacità collettiva di accettare che il rock britannico abbia esaurito la sua spinta propulsiva proprio mentre accumulava dischi di platino.

La sociologia dei concerti di massa odierni racconta chiaramente questo fallimento generazionale. I quarantenni e i cinquantenni che affollano gli stadi pagano cifre esorbitanti non per ascoltare musica nuova, ma per comprare il biglietto per il loro stesso passato, per un'epoca in cui credevano che la loro opinione sulle band contasse qualcosa. Non c'è alcuna autenticità operaia in uno stadio riempito da manager aziendali che indossano parka fuori stagione e bevono birra da dodici sterline. C'è solo il trionfo del marketing sulla memoria, la vittoria definitiva della forma sulla sostanza.

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Nessuno sembra accorgersi che l'intero castello di carte poggia su un equivoco fondamentale riguardo a cosa significhi fare musica popolare in Europa. Si confonde regolarmente l'insolenza televisiva con la sovversione politica, lo sciovismo calcistico con la libertà espressiva. Quella musica non ha mai sfidato davvero il potere costituito; lo ha semplicemente intrattenuto per un paio d'ore prima di mandarlo a dormire tranquillo con la certezza che nulla sarebbe cambiato.

Il mito resiste perché il pubblico preferisce una comoda menzogna sentimentale a una scomoda verità analitica. Accettare che la più grande band del decennio fosse soprattutto un brillante prodotto di ingegneria commerciale significa rinunciare a un pezzo della propria adolescenza mitizzata. Ma finché continueremo a confondere la ripetizione stanca di vecchi riff con la grandezza culturale, resteremo condannati a vivere tra i fantasmi di una periferia che non esiste più.

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Chiara Coppola

Con un approccio basato sui fatti, Chiara Coppola firma articoli che aiutano i lettori a orientarsi tra le notizie del giorno.